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Introduzione al pranayama PDF Stampa E-mail

Respirare è dura 

Perché mai una funzione primaria come il respiro crei tanti problemi è difficile da spiegare e arduo da comprendere in modo profondo. È addirittura incomprensibile come mai ad essa non vengano dedicati studi, ricerche e attenzione da parte di chi dovrebbe. È certo più lucroso popolare il mondo di malattie e malati che non prevenire con una corretta educazione respiratoria, quanto mai opportuna visto l’aumento esponenziale di allergie, asma e depressione. Beninteso, educando la respirazione, che rappresenta l’asse dell’intera struttura funzionale dell’uomo, è possibile intervenire in ogni patologia, modificare dall’interno assetti e attitudini tanto intime e irraggiungibili altrimenti.  

Respirare è una lunga salita ininterrotta che comincia il primo giorno e si conclude il più tardi possibile. Suscita imbarazzo il respiro, molto più del sesso. Quando Enrico Caruso, a fatica, riesce ad estrarre significati segreti incastonati nella sua grande arte e con il cuore li porge e afferma “chi sa respirare sa cantare” l’unico disposto ad ascoltarlo, purtroppo, si occupa di orecchie e non di respiro!  

Il 20 agosto del 1980 Reinhold Messner, un altro primo della classe nell’arte del respiro, compie un’impresa titanica, senza precedenti: si arrampica da solo sul tetto del mondo in ‘stile alpino’, vale a dire senza portatori e senza bombole di ossigeno. Dunque respirando il nulla, i suoi sogni e qualche esule molecola di ossigeno, ma la cosa incredibilmente finisce lì. Ma non finisce

il generoso Messner che dopo 3500 scalate, 100 spedizioni, alla rispettabile età di quasi sessant’anni per chiudere (?) degnamente la sua carriera, attraversa il deserto asiatico del Gobi. Impiega otto mesi per percorrere 2000 km, realizza il suo viaggio in solitaria, trasportando uno zaino di oltre 40 kg con una riserva d'acqua di 25 litri (!).  Nessuno si fa delle domande, nessuno si interroga: come funziona quell’uomo eccezionale? Cosa ha cercato di dirci con le sue imprese? Quelli del Nobel si girano dall’altra parte, agguantano lo specifico  vessillo delle premiate competenze o il manuale politico degli opportunismi sagaci e continuano sopravvalutando qua e là; il mondo, invece, dopo qualche sbrigativa pacca sulla nobile spalla, continua anche lui  il suo, pigro, vanitoso moto di rivoluzione intorno al sole abbronzandosi fra consuete nefandezze e miserie quotidiane. Reinhold Messner, uno dei più grandi yogi di tutti i tempi, è costretto a sostenere la sua economia e i musei della sua passione con l’acqua minerale e meno male che c’è!     

Che l’aria potesse prima o poi rappresentare un problema un po’ tutti ce l’aspettavamo: è irrespirabile, piena della qualunque, gas, polveri, rumore, dolore, paranoia. E non è che l’inizio. Manca anche il tempo di respirare e per ultimo ti passa pure la voglia. Seppure queste considerazioni sulla pagina riferiscano il senso dell’attuale disagio esistenziale, esse rischiano di distrarre da quello che è un problema tutt’altro che recente e soltanto in parte legato all’aria. Già, perché anche quando l’aria era sana come un pesce l’uomo non riusciva a respirarsela in santa pace. A dirlo non sono io, lo testimonia la realtà storica, lo studio monumentale del respiro compiuto dai santi maestri dello Yoga. Siamo nell’ l’India degli elefanti, antica, mitica, per intenderci la bisavola dell’India il cui grembo generò il nobile Siddartha che si fece Buddha. In quell’India lì l’aria, quella atmosferica, era, ripeto quanto di meglio noi atrofici, pallidi metropolitani potremmo mai sognare di sognarci. Eppure l’uomo anche in quel paradiso biologico aveva già un serio problema con l’aria e più in generale con il prana. Se i trattati sul respiro vengono scritti nella “n” della notte dei tempi e testimoniano una conoscenza così raffinata, acuta nonché un’esperienza concreta del problema vuol dire che il problema esisteva già da tempo, quanto meno dal giorno prima della notte, se non addirittura dalla notte precedente ancora. Scendiamo sempre più nell’abisso. Malattie respiratorie. Lo scatto non mi coglie impreparato: già i cinesi avevano capito che il polmone era un organo fragile perché, a differenza degli altri, esso è in continuo contatto diretto con l’esterno che anche allora, comunque non te la regalava. Virus e batteri se la spassavano anche loro nell’eden post – atlantideo. Lavoro usurante da sempre quello del polmone e dei suoi annessi, diremmo oggi. Privi della grazia, degli antibiotici e di un sindacato che li tutelasse quelle brave persone degli yogi cercarono pazientemente una soluzione integrata al problema perché, per quanti difetti avessero non ce la facevano proprio a non pensare che sotto c’era dell’altro. Già, perché non riuscivano a spiegarsi il perché qualcuno si ammalava e un altro no. Applicare la legge del Karma per comprendere le cose della vita è affare delicato quasi quanto cucinare il pesce.  Se non si sta attenti si finisce per stiracchiare spiegazioni saccenti e incomprensibili. Si pettinano le bambole e quella brava gente lo sapeva bene. Gli yogi erano, infatti, gente pratica, piena di buona volontà e voglia di vivere, gente che non ci stava proprio a farsi ammazzare malamente dal primo raffreddore anche se era il Karma che glielo mandava: si rimboccò le maniche e, fra l’altro, fu anche pranayama. Santi maestri!Non è qui il caso di tracciare la storia del respiro e del pranayama e di come su questo studio si sia intessuto il pensiero, la spiritualità, la storia di quei popoli. Mi piace però ricordare che tale studio ha condotto l’uomo che lo ha applicato a percepire in modo istintuale e diretto il suo rapporto con la sua natura divina. In questa esperienza può forse aver conosciuto beatitudine o dannazione o le due cose insieme, incontrato Shiva o qualche altro dio, ma soprattutto ha imparato a conoscere sé stesso e a fare a meno della parola, che dio la benedica! Tutto questo ci conduce nelle braccia di un silenzio drammatico e abissale ma questa è un’altra storia…  

Il pranayama segreto 

Anzi segretissimo, ma non per colpa di nessuno, semplicemente perché il vero Yoga non è in quello che si vede. Questa cosa qua si sa eppure si glissa concentrando l’insegnamento in modo ossessivo su quello che si vede. Un’antica storia sufi, ma forse anche indiana, tibetana, cinese o tutte e quattro quante sono, ci racconta come quest’atteggiamento non sia per niente nuovo. Si narra che un tale, in una buia notte senza luna, perse la chiave di casa proprio davanti al suo portone. Una tremula lampada fissata in alto sopra la trave che sormonta il portone disegna un cerchio di luce in terra e l’uomo, chino e in affanno, cerca senza trovare. Sopraggiunge uno straniero di passaggio che vede l’uomo così affaccendato e, incuriosito, gli chiede che cosa stia facendo. “Cerco la chiave della mia casa.” risponde il tipo senza distogliersi dall’impresa. “Se me lo permetti, vorrei aiutarti” ribatte benevolo lo straniero e completa: “quattro occhi vedono meglio di due!”. E così i due si rimettono subito all’opera, ma non ci vuole davvero molto tempo perché lo straniero si accerti che proprio lì, nello spazio illuminato dalla lampada, non vi è alcuna traccia di quella chiave. Come mai il poveretto si ostina a cercare in quel piccolo fazzoletto di terra illuminata? Non si è accorto che dove cerca non c’è nulla? La chiave non potrebbe trovarsi altrove? “Perdonami, amico mio” gli chiede flautato lo straniero che aggiunge non senza imbarazzo “ma da quanto tempo stai cercando?”. “Da almeno un’ora.” risponde senza distrarsi il cercatore. “… scusa l’inchiesta, amico mio, sempre qui?, voglio dire sempre qui sotto la lampada?” “Sì!” il cercatore non dà cenno di interrompere la sua ricerca quando l’altro l’incalza con ferma dolcezza “Ma non ti sei accorto che qui la chiave non c’è?” Solo allora il cercatore si arresta. L’uomo è in ginocchio i glutei poggiati sui talloni, le mani sulle cosce, i gomiti larghi a sostenere le spalle stanche. Alza il capo e il volto si apre in un tenue, grato sorriso rivolto allo straniero “Certo, amico mio! Non sono mica matto! So benissimo che qui la chiave non c’è, ma so anche che solo qui c’è la luce!” e continuò a cercare. Cosa comprese l’allibito straniero da questa storia? Che io sappia non c’è un’altra storia che lo spiega. Una sola cosa è certa, col nuovo giorno tutto sarà più chiaro! Si diceva, yoga che non si vede, o meglio ancora si potrebbe dire che il meglio dello yoga non è in quello che si vede. Nel caso specifico del pranayama dove l’aspetto strutturale , ‘visibile’ è minimo la cosa vale due volte.   

Shiva e Shakti  

Una delle immagini simboliche più diffuse e meno comprese dello yoga è insieme quella che ne rappresenta la sintesi segreta. In essa gli sposi celesti sono raffigurati intenti all’atto sessuale, come spesso accade in queste iconografie. In questa celeberrima, in particolare, Shiva è raffigurato supino, immobile, inerte (in apparenza) con Shakti che lo sovrasta facendosi penetrare dallo sposo, ma al contrario di quegli è mobile e seducente. Che cosa volevano indicare i santi maestri con questa rappresentazione? Volevano significare che la rivincita del principio femminile ha le sue radici nei cieli dello yoga? Indicare quale fosse il ruolo dello sposo nell’ambito del processo riproduttivo: una sorta di fuco che muore dopo l’accoppiamento? Che la via dell’illuminazione è una via tutta al femminile? Niente di tutto questo. L’immagine racconta di come il maschile e il femminile siano fra loro embricati (il femminile in movimento, il maschile passivo), ma soprattutto espone l’insegnamento fondamentale dello yoga.   

L’impulso creativo 

Uno degli aspetti più interessanti e originali dello Yoga è proprio la risoluzione corporea di concetti filosofici e mistici. Questa visione alchemica e integrata del processo di auto-realizzazione, nell’ambito di una visione tantrica, propone all’uomo una prospettiva di straordinaria apertura dove il corpo non è più visto come un limite, ma come un preciso riferimento mistico. È in questo senso che va letta l’immagine sacra: alla base della colonna vertebrale sta Shiva, immobile, in erezione. Il dio simboleggia l’impulso creativo (la coscienza che crea) e il luogo da cui esso deve nascere: la base della colonna. Sopra è Shakti che asseconda dolcemente e rende fertile e manifesta questa forza. Nella pratica e certamente qualcuno se n’è accorto, accade generalmente il contrario. La rigidità della Shakti inibisce il manifestarsi di Shiva. Shakti Vs Shiva!  

Il programma in breve 

Il corso consiste, in pratica, in un laboratorio. Verranno verificate le posizioni, una per una e verificati gli esercizi che fanno parte della pratica individuale. Non si vede motivo di alterare la pratica personale di nessuno. Per quanti non abbiano alcuna preparazione cercheremo di fornire un’impostazione di base partendo dagli esercizi più semplici, ma non per questo meno importanti. Nella pratica respiratoria ogni dettaglio è della massima importanza e può essere rilevato, acquisito, portato alla consapevolezza eseguendo qualsiasi esercizio.Ritengo che la pratica del mantra sia di fondamentale importanza pertanto si eseguirà un piccolo laboratorio anche sulla produzione del suono a partire dalla pelvi con spalle e gola rilassate. Lo studio della sequenza vibratoria OM chiuderà l’esperienza didattica.  

Benefici in sintesi 

Imparare a respirare è una buona idea. Le tecniche respiratorie rinforzano sacro, pelvi, bassa schiena e rilassano conseguentemente spalle, gola e cervicale. Una buona pratica respiratoria calma il cuore e la mente, rende più lucidi e attenti. Agisce sul fuoco gastrico migliorando la digestione e l’assimilazione. Migliora l’elasticità della pelle essendo questa direttamente collegata col polmone. Dunque è indicata per tutti. I giovani possono trovare giovamento nello studio dove la respirazione è depressa e nello sport dove lo sforzo tende a farla salire. Per i meno giovani apre una prospettiva di rivitalizzazione, ringiovanimento di tessuti, strutture, funzionalità: un tonico anche per il morale. Per quanti già praticano e già apprezzano e godono dei frutti del buon respiro, confrontare le proprie esperienze è sempre fonte di arricchimento e crescita.  

 

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